La macedonia del nord è un bellissimo paese della penisola balcanica, che pur essendo piccolo e poco conosciuto, ha una storia molto affascinante, è ricco di cultura e tradizioni, dove si possono visitare antichi villaggi, riserve naturali e città moderne.
Localizzazione e denominazione
La Macedonia del Nord confina con la Serbia, la Bulgaria, la Grecia e l’Albania.
La lingua ufficiale è il macedone ma in alcune zone si parlano anche l’albanese, il turco e serbo-croato. La religione professata per lo più è la religione ortodossa ma ci sono anche diversi cittadini mussulmani, che hanno origini turche e albanesi.
Ha una superficie che si estende per 26.000 km e 2 milioni di abitanti. Il paese inizialmente si chiamava “Macedonia” e si era dato questo nome in seguito alla dissoluzione della Jugoslavia. Questa denominazione però ha portato a degli scontri diplomatici con la Grecia, infatti nel 2019 è stata assunta la denominazione “Macedonia del Nord” sulla base dell’accordo ratificato a Prepsa con la Grecia.La Macedonia del Nord è un paese montuoso e la sua montagna più alta è il monte Korab, che supera i 2.746 metri sul livello del mare. Questo monte è situato sul confine della macedonia del nord e dell'Albania. Il sentiero escursionistico fino alla cima è accessibile da luglio a settembre quando la stagione nella regione è prevalentemente secca. Ci sono anche varie colline, altipiani, burroni e valli fluviali. Il fiume principale è il Vardar che attraversa il paese per 301 chilometri. In Macedonia ci sono anche 53 laghi naturali e artificiali ed il più grande e antico è il lago di Ohrid che ha una superficie di 349 chilometri quadrati ed è il lago più antico d'Europa. Ci sono 3 parchi nazionali, ovvero: il parco nazionale del Pelister, il parco nazionale di Mavrovo e il parco nazionale del Galicica.
Questo parco è il più grande del paese e ha molto da offrire agli amanti dell’aria aperta. Durante tutto l’anno è possibile esplorare il suo splendido paesaggio a cavallo, in kayak o con gli sci, ma anche a piedi o in mountain bike. Prendendo il nome dal pittoresco villaggio situato nel parco, Mavrovo ospita il più grande lago artificiale del paese, e durante una gita in barca sulle sue acque tranquille, potrete ammirare la chiesa di San Nicola Mavrovo è un parco incantevole da visitare, perché ospita le cime più alte del paese e in inverno si possono fare grandi arrampicate e sciate.
Istituito nel 1948, il Parco nazionale del Pelister è una zona montuosa che copre il massiccio del Monte Baba. La riserva ospita una miriade di animali endemici, tra cui orsi, lupi e aquile volteggianti. Il più antico parco nazionale del Paese, il Pelister, ospita due splendidi laghi glaciali che si trovano in mezzo alle sue imponenti vette. Questi sono deliziosamente conosciuti come gli occhi di Pelister. Con una natura molto varia e una pletora di sentieri escursionistici che si snodano tra valli e foreste, Pelister è una gioia da esplorare. La vista dalla cima del monte Pelister vi toglierà il fiato e vi permetterà di accamparsi nel parco o di sciare, a seconda del periodo dell’anno.
Situato tra i laghi di Ohrid e Prespa, lo splendido Parco Nazionale Galicica è un luogo selvaggio e meraviglioso da visitare.Le escursioni tra le valli incontaminate e incontaminate, le foreste e le montagne delizieranno sicuramente gli amanti della natura.
Dominato dal massiccio calcareo della Galicica che si trova tra i due laghi, il parco nazionale ospita una serie di alte vette.”, ‘Dalle loro cime si gode di una vista mozzafiato sulla campagna circostante. Con pittoreschi paesini di montagna, un’abbondanza di fauna e flora fantastica e un paesaggio vario che comprende laghi, montagne e vallate, la bellezza naturale del Parco Nazionale di Galicica merita una visita in Macedonia.
Conosciuta a volte come “la Gerusalemme dei Balcani”, in quanto un tempo ospitava 365 chiese, Ohrid è una città storica tra le più belle e suggestive della Macedonia.
Girovagare per le sue antiche strade acciottolate è una delizia; passerete accanto a qualche deliziosa architettura e i suoi pittoreschi ristorantini e caffè vi permetteranno di fare una sosta perfetta quando avrete voglia di fare una pausa per osservare il mondo che passa. Tra le sue attrazioni più popolari c’è l’affascinante Fortezza di Samuil che domina la città, e la Chiesa dei Santi Clemente e Panteleimon. Ciò che contraddistingue davvero Ohrid, tuttavia, è la sua bellissima posizione sulle rive del lago di Ohrid. La città gode di una vista mozzafiato sulle acque turchesi e, oltre ad una passeggiata panoramica sul lungomare della città, non perdetevi la chiesa di San Giovanni a Kaneo per gli incredibili panorami che offre sul lago. Situato al confine tra la Macedonia e l’Albania, il lago Ohrid è spettacolare; le sue belle acque azzurre e limpide scintillano al sole circondate da montagne.I turisti stanno tornando lentamente sulle sue rive solo ora, dopo la disgregazione della Jugoslavia negli anni ’90. Uno dei laghi più profondi e antichi d’Europa, il lago Ohrid è un ecosistema molto importante e biodiverso. È la patria di una vasta gamma di specie endemiche della zona, come i pesci predatori e le lumache d’acqua dolce. La sua linea di costa è pittoresca quanto le sue acque a specchio; villaggi e città pittoresche come Ohrid e Struga sono nascoste in mezzo a foreste gloriose e accanto a spiagge tranquille. Con un sacco di sport acquatici, gite in barca e punti di nuoto in offerta per completare l’incredibile scenario, il lago di Ohrid è una delle gemme nascoste della Macedonia.
La capitale del paese è Skopje, abitata da circa 500.000 persone.
La città è patrimonio Unesco, ed è famosa per le molte chiese di origine bizantina. Inoltre nella piazza centrale della città si trova la statua del guerriero a cavallo alta ben 23 metri, e il guerriero rappresentato nella statua è proprio Alessando Magno. Dopo Skopje le città piú grandi sono Kumanovo, Tetovo, Gostivar, Struga, Bitola, Prilep, Ohrid e Veles.
La bandiera della macedonia è stata ufficialmente adottata il 6 ottobre del 1995 e rappresenta un sole nascente giallo con 8 raggi che si estendono fino ai bordi della bandiera
con lo sfondo rosso. Rappresenta il “nuovo sole della libertà”, evocato nell’inno nazionale macedone Denes Nad Makedonija. Precedentemente, dal 1991 al 1995, la bandiera ha avuto
come simbolo il Sole di Vergina , una stella simbolica di 16 raggi, il che portò a proteste da parte della Grecia a causa delle origini del simbolo.
La storia della Macedonia
Nell'antichità il regno macedone era molto simile a greco, l’unica differenza era nella classe sociale, ovvero non esistevano le polis ma un re. I macedoni però erano un popolo di pastori e venivano considerati dai greci come un popolo rozzo e arretrato rispetto a loro.
Infatti i macedoni abitavano in dei villaggi molto semplici e avevano pochi contatti con gli altri popoli. Il primo re macedone fu Karan, e secondo la leggenda, lasciò Argo, la stirpe reale dalla quale discendeva, per impadronirsi della macedonia.
La vera svolta per i macedoni avvenne nel 359 a.C. quando salì al trono Filippo II che modernizzò il regno e creò un esercito molto forte. Il sogno di Filippo II era quello di conquistare le città greche e l’impero Persiano, e in parte, ci riuscì, approfittandosi degli indebolimenti delle polis greche conquistò l’intera grecia.
Il sogno di invadere i persiani invece, non venne realizzato poiché Filippo venne assassinato da una sua guardia. Alla morte di Filippo II andò al trono suo figlio Alessandro, che aveva solo 20 anni e realizzò il del padre: conquistare l’impero persiano. Alessandro fu uno dei personaggi storici più potenti che lasciò un segno importante nella storia della macedonia. Il giovane in 12 anni conquistò l’impero persiano, dall’Asia minore all’Egitto e si espanse fino al fiume Indo.
Grazie alle sue imprese, Alessando si guadagnò l’appellativo di Alessando Magno, ovvero Alessandro il Grande, che oltre a possedere grandi capacità militari era anche una persona molto colta ed istruita, infatti suo padre aveva scelto come suo maestro il più famoso filosofo di quel periodo, ovvero Aristotele.
Il sogno di Alessandro era quello di formare un grande impero dove regnano pace e prosperità, ma non riuscì a realizzarlo perché morì a soli 33 anni.
Dopo la morte di Alessandro l’impero macedone si divise in 4 regni ellenistici e si avvia verso una rapida decadenza. Nei secoli a venire la Macedonia si trasforma in un terreno di conquista per romani, bizantini, bulgari e ottomani. In passato, la Macedonia del Nord fece parte della Jugoslavia, un governo dittatore nato nel 1918, sotto la dinastia serba dei Karadordevic, allora rappresentata da Pietro I.
I paesi coinvolti in questa organizzazione furono la Macedonia, la Serbia, la Croazia, la Bosnia-Erzegovina, la Slovenia, il Montenegro e le due province autonome serbe del Kosovo e Vojvodina. La prima pietra per la costruzione della Jugoslavia fu posta nel 1917 con la dichiarazione di Corfù. Questa prevedeva che al termine della prima guerra mondiale croati, serbi e sloveni avrebbero dato luogo ad un nuovo Stato democratico e parlamentare. Cosi nel 1919 venne proclamato il Regno di Serbi, Croati e Sloveni.
Il nuovo stato ebbe però vita breve. Infatti, nel 1929 con un colpo di stato re Aleksandar abolì tutti i partiti e cambiò il nome del regno in Jugoslavia, il quale terminò solo nel 1941 con l’invasione nazista. Durante il periodo della dittatura del re si limitarono notevolmente le libertà democratiche e, con l’abolizione della Costituzione del 1921 che prevedeva uno Stato centralizzato, i rapporti di potere tra serbi e croati furono piuttosto tesi. Alle porte della seconda guerra mondiale, la Jugoslavia si trovava al centro degli interessi degli schieramenti europei. Durante il conflitto, il principe Pavle si trovò a dover gestire un difficile equilibrio diplomatico tra Italia e Germania e una rinnovata simpatia per la Russia.
Nella primavera del 1941, il principe firmò il Patto tripartito nella speranza di salvaguardare l’integrità territoriale del regno, ma pochi giorni dopo il governo fu rovesciato da un nuovo colpo di stato. Hitler reagì rabbiosamente e ordinò l’invasione della Jugoslavia, mentre la società civile iniziò ad organizzare la resistenza sull’onda delle proteste popolari guidate dal nascente Partito comunista. All’interno della regione, il clima di disgregazione portò non solo alla resa senza condizioni davanti agli invasori tedeschi, ma anche ad un aspro confronto tra ustaša e četnici, un movimento politico e militare serbo. I partigiani comunisti, guidati da Josip Broz detto Tito, si trovarono quindi a dover affrontare non solo le forze naziste, ma anche ustaša e četnici. La resistenza si manifestò come un complesso fenomeno di massa, conoscendo anche un certo pluralismo come in Slovenia, dove tra le file dei partigiani vi erano anche forze cattoliche e liberali. Tito si trovò ad affrontare una guerra dal triplice carattere: di liberazione
dall’occupazione, di scontro etnico, di scontro civile sulle prospettive politico- istituzionali del dopoguerra. Nonostante le offensive tedesche del 1942 e 1943, i partigiani riuscirono sempre a sfuggire alla morsa dei due alleati e nel 1944 iniziarono gradualmente a liberare il Paese. Dopo la resa dei conti con ustaša e četnici, il 12 maggio i partigiani liberarono Zagabria e la guerra in Jugoslavia aveva ufficialmente fine, con una settimana di ritardo rispetto al resto d’Europa.
Si aprì allora la questione degli assetti regionali post-bellici, che rivelò tutta la difficoltà nei rapporti tra la Jugoslavia e la coalizione alleata. Churchill e Stalin intendevano esercitare pari influenza in Jugoslavia e inizialmente riuscirono a raggiungere un accordo tra Tito e il governo monarchico. I due leader però non avevano considerato adeguatamente gli obiettivi del Maresciallo, che infatti non era affatto interessato ad un governo di coalizione e stava operando per futuri assetti regionali più appropriati al suo interesse nel Sud-est europeo, che lo condussero a tentare la creazione di una federazione balcanica. Alla fine di agosto del 1945 si consumò la definitiva rottura nel governo di coalizione e il 31 gennaio 1946 il nuovo Parlamento, che aveva abolito la monarchia e proclamato la nascita di una Repubblica popolare federale, adottò una nuova Costituzione. Sul modello di quella sovietica del 1936, essa stabiliva un potere centrale, mentre alle sei repubbliche, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia, Slovenia e alle due regioni autonome ovvero il Kosovo e Vojvodina, costituite entrambe nell’ambito della Repubblica serba, venivano assegnate competenze assai limitate. Aveva così inizio l’era della Jugoslavia di Tito. Il leader jugoslavo riuscì a costruire un attore regionale in grado di distinguersi non solo nella propria politica interna, ma anche in politica estera. Il dinamismo e l’autonomia di Tito portarono alla drastica rottura con Mosca nel 1948, facendo cadere il Paese in profonda crisi e offrendo al blocco occidentale una possibilità di accrescere la propria influenza nei Balcani. L’iniziale riavvicinamento con il Cremlino, in seguito alla morte di Stalin, si spezzò nuovamente dopo la crisi ungherese nell’ottobre del 1956. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la Jugoslavia attraversò una fase di riforme. Da un lato quelle costituzionali, con la proclamazione della Repubblica socialista federale jugoslava nel 1963, dall’altro quelle economiche e finanziarie, che miravano alla democratizzazione della società, a favorire lo sviluppo e ad inserire la Jugoslavia nel mercato internazionale, mutando la fisionomia del Paese che da prevalentemente agrario divenne industriale e commerciale. Al tempo stesso ciò innescò l’accrescimento del divario tra un Nord economicamente sviluppato e un Sud arretrato, uno dei fattori che mise più in crisi il Paese nei decenni successivi. In politica estera, Tito seppe cogliere le potenzialità del processo di decolonizzazione nella contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Nonostante i risultati fossero al di sotto delle aspettative di creazione di un movimento globale, il prestigio di Tito nei paesi del Terzo Mondo era diffuso e il suo equilibrio diplomatico fu preso ad esempio. Nel 1971 si riaprì la discussione riguardo ad un assetto federale o confederale del Paese, nodo rimasto sempre in sospeso e che i movimenti sociali del 1968 avevano riportato in superficie. Tito riuscì ancora una volta a tenere insieme la Federazione, imponendo un drastico cambiamento del gruppo dirigente di tutte le repubbliche, allontanando gli esponenti più liberali e apertamente nazionalisti. Alla fine restava in piedi solo la vecchia generazione comunista, partigiana e leninista legata al Maresciallo, la cui forza riformatrice restava condizionata dall’autoritarismo, rendendolo incapace di trovare appoggi nella società civile e isolandosi culturalmente. L’invecchiare del Maresciallo pose inevitabilmente la questione della sua successione e, dopo numerosi tentativi avvenuti negli anni precedenti, le modifiche costituzionali del 1974 definirono il ruolo di una futura presidenza collegiale secondo un sistema a rotazione annuale rigidamente prestabilito. I caratteri che Tito aveva saputo imprimere all’organizzazione della società jugoslava, alla politica estera e all’economia, avevano fatto sì che all’esterno il Paese fosse indicato come modello di un socialismo efficace e umano, alternativo a quello sovietico. In realtà, non erano mancati segnali di crescenti difficoltà in campo economico e politico, tuttavia questi furono a lungo ignorati o sottovalutati. In un clima internazionale sempre più teso e incerto, il Maresciallo Tito si spense il 4 maggio 1980, provocando grande emozione e sconforto in tutto il Paese, che si sentiva improvvisamente privato di un padre. L’aggravarsi della crisi economica e finanziaria nel Paese, il crescente divario tra Nord e Sud e le spinte nazionaliste ormai incontrollate innescarono una serie di eventi concatenati: dallo scioglimento della Lega dei Comunisti alle elezioni multipartitiche nelle repubbliche, in cui si affermarono quasi ovunque i partiti nazionalisti, fino ai referendum del 1991, in cui Slovenia e Croazia decisero per l’indipendenza dando inizio alla dissoluzione della Jugoslavia. Il conflitto che scoppiò dopo poco vide contrapporsi non solo etnie, ma visioni differenti del proprio ruolo nella regione. Sloveni e Croati intendevano prendere parte ai processi di innovazione dell’Europa occidentale, i Serbi guidati da Milošević erano mossi dall’ideale della realizzazione di una “Grande Serbia”, i Kosovari volevano sottrarsi al controllo serbo.
Gli scontri si consumarono in una fase iniziale in Slovenia e in Croazia, ma fu in Bosnia-Erzegovina che si verificarono gli orrori peggiori. La guerra in Bosnia durò dal 1992 al 1995 e vide contrapporsi serbi, croati e musulmani, tre popoli che per secoli avevano vissuto in pace. Le operazioni di pulizia etnica da parte dei “Serbi di Bosnia”, guidati da Karadzić, portarono a massacri come quello avvenuto a Srebrenica, nel luglio del 1995, in cui persero la vita più di 8.000 uomini musulmani. Sarajevo, città simbolo della convivenza pacifica tra culture, fu costretta ad un assedio che è ricordato per essere il più lungo e violento nella storia bellica moderna. Nel novembre del 1995, a Dayton, in Ohio, vennero firmati accordi che posero fine alle ostilità in Bosnia-Erzegovina e che definivano l’assetto politico e istituzionale dello Stato bosniaco così com’è ancora oggi. Eppure le violenze nella regione non cessarono, poiché in Kosovo nel 1998 si intensificarono le azioni dell’esercito di liberazione del Kosovo e la repressione serba. Solo nel marzo del 1999, con l’intervento NATO nei Balcani, si conclusero i conflitti in Jugoslavia. La Jugoslavia è entrata da allora nell’immaginario come “ex-jugoslavia”, terra instabile e reduce da una violenta guerra avvolta da un velo di nebulosa confusione riguardo alla propria storia.